martedì 9 giugno 2009

The End

Ebbene si è la fine.
Sono ormai su Suolo Italico da qualche giorno e devo tornare ai miei normali ritmi italiani.
A Firenze ho già fatto un ampio giro di saluti, rivisto praticamente tutti e iniziata la tiritera del "com'è andata?" "molto bene" "racconta un po'" "da dove parto?" eccetera eccetera.
Per i prossimi quindici giorni so che più o meno sarà così. E son curioso di vedere come le persone che solitamente mi stanno intorno sono cambiate in questi due mesi.
Da un lato mi pare che non sia passato nemmeno un giorno, che tutto sia rimasto come l'avevo lasciato. Dall'altro mi sembra che sia passata una vita, mi sento diverso e molto cambiato per certe cose. Probabilmente non lo sono così tanto come credo, ma intanto un cambiamento anche minimo è pur sempre un cambiamento.
Sto piano piano rifocalizzando i miei obiettivi, e il processo per la messa in pratica degli stessi ha avuto inizio oggi, col rientro a Bologna.
Obiettivo numero uno: riprendere a studiare e avere un'idea di come funziona il prossimo esame che ho intenzione di dare.
Obiettivo numero due: andare a trovare il Prof. e cercare di definire come portare avanti la tesi.
Obiettivo numero tre: sbarazzarmi di certe antiche sensazioni, aprendomi a nuove possibilità.
Obiettivo numero quattro: non perdere il vizio di prendermi un giorno ogni tanto per andare a fare foto da qualche parte. L'Emilia Romagna è piena di città in cui andare fingendo di fare il turista. La Toscana pure. La cosa però sarà da discutere...mi devo litigare la macchina fotografica con mia madre che vuol fare reportage su mio nipote, decisamente in bambino più fotografato d'Italia.

Oggi sono rientrato a Bologna. Sensazione strana tornare alle abitudini. Temo mi ci vorrà qualche giorno prima di capire come girarmi per riprendere il ritmo, ma non mi spaventa. Intanto sono stato impegnato tutto oggi e lo sarò anche domani. Probabilmente con le varie bischerate continuerò ad esserlo per l'intera settimana, ma conto di infilarci in mezzo la ripresa dello studio.
Appena avrò un secondo per respirare mi farò un planning degli obiettivi.

Ma sono tornato, sono abbastanza carico e pronto a farmi un po' di culo.
Inizia la fine.

domenica 31 maggio 2009

Ready to go

Probabilmente questo sarà l'ultimo post di questo blog scritto in terra americana. Mi sembrava d'uopo lasciarlo connettendomi alla rete wireless pubblica di Boston.
Ho fatto l'ultimo giro per la città, oggi. Spero di tornarci prima o poi.
Un sacco di gente mi gironzola intorno, sono in una zona molto turistica della città e quindi è normale.
Meta primaria di oggi era la U.S.S. Constitution, che è raffigurata in parecchie cartoline e sembra una nave splendida. Beh, è una delusione.
A parte che non è poi un granché, essendo Patrimonio Federale degli Stai Uniti, è custodita come Fort Knox, da ufficiali di marina che piantonano l'ingresso e la recinzione.
Per arrivare vicino alla nave devi passare controlli come quelli aeroportuali. Uguale che per la Statua della Libertà...e come per quella fare tutta sta trafila non ne vale la pena.
Ho quindi ripiegato per un sano vagabondaggio in zona, che devo dire mi ha soddisfatto parecchio. Torno in Italia con un buon numero di foto (interessanti circa 2.000) quindi, miei cari, mettetevi l'anima in pace che ne avrò di cose da raccontarvi mentre vi mostro le foto.
Comunque, tornando alla giornata.
Mi son fatto i miei giretti, fino alla Monumental Square. Il posto dove è stata combattuta la battaglia di Breed's Hill e in cui furono pronunciate le famose parole: "Non sparate finché non gli vedete il bianco degli occhi" (e fu William Prescott, non Mel Gibson). E già che c'ero mi son salito i 294 gradini che portano in cima all'obelisco. Un po' come il Campanile di Giotto, solo che una volta arrivato in cima sei in una stanzina piccolissima, con una decina di persone che riprendono fiato e con delle anguste finestrelle da cui non si vede un granché.
Come sul campanile di Giotto, però, potrò dire che ci sono stato, che ho sentito il vento che soffiava lassù, che ho guardato di sotto.
E da qui al campanile di Giotto ci sono circa 6.000 km.
Me ne sono quindi tornato verso il Faneuil Hall, da cui sto scrivendo.
Per arrivarci, mi sono fatto un tour della North End, la "Little Italy" di Boston. È curioso passare per queste strade. Si vede quello che nell'immaginario collettivo americano dev'essere l'Italia. E ovviamente si parla dell'Italia del primo Novecento e/o del secondo dopoguerra.
Forse solo i più anziani che si vedono da queste parti parlano italiano e mi sa che quelli che in Italia ci sono nati sono ancora meno. Però è pieno di pizzerie, lavanderie, gelaterie ed esercizi commerciali che hanno il nome italiano prima di quello inglese. E un ristorante cinese.
Girando per queste vie però mi sono reso conto che è giunto il momento di tornare nel Bel Paese, ho voglia e bisogno di aria di casa. Pur avendo apprezzato il mio soggiorno statunitense (quasi ogni minuto, sfoghi compleannici a parte), sento che è giunto alla sua naturale conclusione.
Più di tanto non riesco a stare lontano dalle mie cose, dai miei amici, dalla mia famiglia. Quanto meno con i presupposti con cui sono venuto qui e con le cose che mi sono lasciato in sospeso in Italia (la Laurea in primis).
Ma questi due mesi mi hanno dimostrato che potrei vivere ovunque. O quanto meno in America potrei viverci e potrebbe non dispiacermi. Non per sempre, ma qualche anno probabilmente si.
Ma non è questo né il momento né il luogo per fare progetti futuri. Devo solo godermi gli ultimi momenti americani e prepararmi a riprendere la mia "normale" vita italiana.
E adesso anche andarmene da questa panchina, che sta per piovermi a catinelle direttamente in testa!

martedì 26 maggio 2009

Memorial Day Weekend - Gita nel New Hampshire

Sabato mattina alle 7.15 la mini, con tettuccio abbassato e me, Paul e Devin seduti sopra, imbocca il vialetto di casa col muso puntato verso il New Hampshire. Dopo venti metri il tettuccio viene chiuso perché fa un freddo birbone. A Nord pare che il tempo non sia dei migliori, anzi, pare proprio che stia diluviando. A me e a Paul ce ne frega il giusto, visto che staremo a casa di sua zia; Devin, che invece dormirà due o tre notti in tenda, proprio se ne sbatte. D'altronde ha 13 anni e va bene così.
Mantenendo una discreta velocità di crociera ci appropinquiamo verso il camping place dal nome vagamente indiano dove se ne starà Devin con zii, cugini e il resto di una carovana di una sessantina di persone.
Tra queste anche una delle technitians, ultimamente soggetto unico del gossip del globo terracqueo.
Prima di arrivare al campeggio ci fermiamo al Dunkin' Donuts del luogo (prima che me lo chiediate tutti, si, le famose ciambelle di Homer Simpson esistono davvero, anche glassate in rosa con la granella colorata sopra).
Questa tappa comporta un'inchiodata clamorosa nella tabella di marcia: 25 minuti per farsi servire due caffè, un sandwich e un bagel con formaggino molle (il bagel è tipo donut, ma salato).
Con un po' di difficoltà ci facciamo passare l'arrabbiatura e consegniamo Devin alla custodia della zia.
A quel punto io e Paul, bevendo i nostri caffè e sgranocchiando ognuno il suo snack, imbocchiamo la Kancamagus Highway, direzione Pequawket Pond.
Ci fermiamo in un paio di punti panoramici e in un paio di posti suggestivi sul fiume. E subito prima di arrivare a casa della zia di Paul ci fermiamo a comprare due o tre accessori per la pesca.
La casa della zia di Paul è una specie di baita di montagna, completamente di legno sia fuori che dentro. E la cosa figa è che è sul lago. Nel senso che ha la spiaggia privata, una piattaforma galleggiante, un pedalò e una canoa.
Dopo i convenevoli di circostanza io e Paul tiriamo in acqua la canoa, raccattiamo un paio di canne da pesca più o meno funzionanti e pagaiando pagaiando proviamo ad andare in giro per il lago.
La mia canna (anzi, a dirla tutta le prime due canne che ho provato) avevano dei problemi al mulinello.
Visto che non gliene fregava un tubo, dopo una mezzoretta di tentativi da parte sua di prender pesci, da parte mia di districare i nodi nei mulinelli, facciamo a cambio di canna da pesca con Paul.
Il vento ci dà fastidio e spinge la canoa a riva, decidiamo quindi di provare a vedere se nel canale che dal lago arriva in città si riesce ad avere un po' di pace.
Poco dopo aver imboccato il più ben tranquillo canale, tiro su il primo pesce. Penso un persico, ma non ne sono certo. Paul si complimenta.
Tempo altri dieci minuti, forse un quarto d'ora, abbocca il secondo. Paul ancora a secco si complimenta a denti stretti.
A quel punto ci spostiamo più vicino a casa e dopo una mezzora di tentativi Paul mi molla da solo, che vuole andare a farsi una girata in bici.
Da solo, col timore di ribaltarmi (d'altronde è la prima volta che vado da solo in giro in canoa) mi sposto un po'. Non tanto lontano da casa, perché ho paura di non essere in grado di tornare indietro.
Trovo un angoletto che mi pare adatto, lancio l'esca e riavvolgo. Con un luccetto di una ventina di centimetri all'amo. Dopo un po' di tentativi e un'opera di chirurgia sulla preda, la libero e rilancio l'esca in acqua. Incredibile, al secondo colpo secondo luccio. Questo giro parecchio più piccolo, ma è sempre e comunque un'altra tacca. Libero anche questo e lancio. Terzo luccio di fila! E questo è pure grossotto, poco più del primo. Non ci crederete, ma nel giro di altri dieci minuti ho preso pure il quarto, minuscolo.
Contento della pesca grossa me ne torno (non senza difficoltà) alla spiaggia.
Siamo quindi andati (con Paul e sua zia) nel loro pub preferito in zona per un aperitivo e poi a fare una girata in macchina. Non so se tutto il New Hampshire sia così, ma quel che ho visto mi è proprio piaciuto. Foresta di conifere con fiumi e cascatelle sparse ovunque, pieni di trote e pesci di vario genere. Nelle valli (o comunque nelle zone di piana) c'è quasi ovunque un laghetto pieno di blackbass o di lucci. Potrei passarci la vecchiaia.
Tornati a casa ci siamo guardati la ridicola partita dei Red Sox, che hanno perso nel nono inning. A seguire cena. Visti i tacos e le costolette di maiale dell'aperitivo siamo stati sul leggero.
Dopo cena ho perso un po' di tempo al PC e abbiamo fatto qualche partita ad una specie di Machiavelli con le tessere, dove la mia incapacità di vincere l'ha fatta da padrone.
Nottata piacevole e sonno quasi profondo.
La mattina della domenica alle 7 ero in piedi e alle 7.22 ero pronto per pagaiare di nuovo. Me ne sono tornato nel posticino magico del giorno prima e ho provato a pescare solo con l'esca artificiale, senza bachi attaccati. Un luccio, una (credo) trota di lago e dopo poco un blackbass di una trentacinquina, quaranta centimetri. Bella lotta, anche se non ha nulla a che vedere col divertimento che ti dà combattere con una carpa di un paio di chili.
A quel punto la fame di pescata si è saziata subito e con la scusa che avevo la canna mi sono fatto una giratina del lago. Dopo un'ora e mezzo di vita da natante me ne son tornato a riva. E ad attendermi c'era la colazione.
Il tempo non era dei migliori, ha anzi iniziato a piovere. Con poca voglia di prendermi l'acqua, ho lasciato che Paul e sua zia facessero il loro giro di ricognizione.
Aspettando che spiovesse me ne sono restato un po' in casa. Paul e sua zia sono tornati precisi col bel tempo per vedere la partita dei Red Sox, che si sono fatti perdonare la serata precedente facendo un mazzo tanto ai Mets.
Nel frattempo il tempo è migliorato, Paul ne ha approfittato per farsi il giro in bici che il giorno prima non ha fatto, sua zia per mettere a posto il giardino e io, che sto diventando davvero un fan, mi sono guardato tutta la partita.
Quando Paul è tornato, abbiamo aiutato sua zia a spostare qualche peso e ci siamo poi dedicati alla cena. Ottima.
A quel punto abbiamo salutato, ringraziato e ce ne siamo tornati in Massachusetts. Circa tre ore e qualcosa per arrivare a casa. Non male se si considera che ci siamo fatti 153 miglia.
Cotto per il viaggio e intenzionato ad andare a Boston l'indomani, per il Memorial Day, mi sono scaraventato immediatamente nel letto.
La mattina dopo sono andato a Boston, incredibilmente ho seguito alla lettera il programma che mi ero prefisso. Harvard la mattina e in giro al Faneuil Hall nel pomeriggio.
A poco meno di un'ora dal treno di ritorno, già diretto verso la stazione, mi sono reso conto di non aver fatto una foto che volevo. In quaranta minuti a piedi, dal posto dov'ero sono arrivato a fare qualche foto alla statua di Paul Revere (che però son venute scure vista l'ora) e ho raggiunto la stazione. Ho pure avuto il tempo di fermarmi a scrivere un paio di cartoline in attesa del treno.
Ho aggiunto qualche foto all'album di Boston, con quelle fatte per il Memorial Day. Per le foto del New Hampshire dovrete aspettare il mio ritorno, quelle le voglio mostrare in diretta...così gli scettici sui risultati della pesca dovranno arrendersi all'evidenza che sono un pessimo pescatore: non gonfio le prede!

giovedì 21 maggio 2009

Considerazioni (e scuse) a palle ferme

È passata quasi una settimana dalla botta pesantissima di spleen nostalgico culminata col post di sfogo del compleanno.

Ci tenevo a precisare alcune cose:
- Sto un po' meglio. Non so se è perché mi sono distratto pensando ad altro, se è perché il tempo è migliorato o se è perché ho trovato un Pensiero Felice cui aggrapparmi per tirare avanti, ma sto meglio.
- Mi sono reso conto che col post del compleanno posso essere sembrato un ingrato, nei confronti di chi ha fatto sacrifici per farmi essere qui, nei confronti di chi li sta facendo accogliendomi qui e nei confronti di chi, qui, vorrebbe esserci.
Di questo mi scuso. Non era mia intenzione lamentarmi di questa opportunità che mi è stata data. Volevo solo lamentarmi di me stesso.
- Vorrei che fosse chiaro, quindi, che le critiche che sono uscite in quel post sono tutte autoreferenziali e non dirette a chi mi circonda. Quando tutto appare sbagliato, spesso, ad essere sbagliato è l'occhio di chi guarda.

Mi sembra quindi doveroso spendere alcune parole per ringraziare i miei genitori che mi hanno permesso di venire qui e coi quali sono stato ingiustamente brusco, riversando su di loro la frustrazione per la delusione di me stesso.
Voglio chiedere scusa a mia madre per la risposta al SMS, in cui ho omesso il corollario più importante e chiedere scusa a mio padre, che ha sempre e costantemente cercato di incoraggiarmi a VIVERE, cosa che purtroppo non ho ancora ben imparato a fare.
Voglio chiedere scusa a tutte le persone che sono qui con me e che in questo tempo che ho speso con loro mi hanno dato tanto. Voglio chiedere scusa a chi mi invidia, per non essere stato in grado di vivere al meglio l'esperienza, facendomi soffocare (come mio solito) dalla routine.

Come giustamente mi veniva fatto notare in un commento al post di qualche giorno fa, di risultati, quest'esperienza, ne sta dando.
In uno dei miei primi post vaticinavo miglioramenti su tutti i campi. Abbagliato dallo spleen del compleanno, ne negavo l'esistenza.
Adesso che quello spleen se n'è un po' andato, voglio provare a guardare la metà del bicchiere mezza piena:
Non ho migliorato il mio inglese più di tanto, ma in parecchi mi hanno detto che parlo un ottimo inglese. Non so di chi sia il merito, se delle insegnati che ho avuto o se della propensione personale per le lingue, ma il fatto di essermi migliorato poco vuol dire che la base era più che buona.
Non ho imparato troppo dal punto di vista veterinario, è vero, ma solamente per colpa mia che non mi so proporre come dovrei. Ho però capito una cosa fondamentale: il lavoro ambulatoriale non è quello che fa per me. Per fortuna la laurea che spero di prendere il prossimo Marzo di sbocchi ne offre parecchi e l'attività ambulatoriale non è l'unica possibile con questo tipo di studi. Come dico agli intervistati che mi chiedono se un domani verrò a lavorare qui negli U.S.A. "Vedremo. Intanto l'obiettivo è laurearsi a Marzo".
Alla mia tesi è servito questo periodo, visto che mi ha fornito un substrato di dati sufficientemente ampio da poter provare a fare uno studio. Probabilmente non ci saranno pubblicazioni in giro sullo studio da me condotto, ma quanto meno quello che mi interessa (ovvero avere dati su cui scrivere la tesi) c'è. Mi paiono pochi perché ne prendo al massimo una dozzina al giorno, ma se poi li riguardo tutti insieme, anche 150 (che ad oggi sono 166) casi, non sono poi così pochi.
Ho avuto l'opportunità di vedere un angolo di mondo diverso, di capire come funzionano le cose oltreoceano, di allargare un po' gli orizzonti. Non tutti hanno (o hanno avuto) un'opportunità simile nella vita...e il fatto che io dia per scontato quello che mi accade non vuol dire che quello che mi accade sia scontato per davvero. Anzi.
E se ho perso due mesi di appelli, ho però guadagnato due mesi di mondo, quasi un paio di migliaia di foto e un quantitativo inestimabile di ricordi ed esperienze. Anche solo i 3 giorni a New York, direttamente catapultato all'interno di "Compagno di sbronze" valgono ampiamente la candela.

Ecco perchè, ancora una volta, mi sento in dovere di scusarmi per aver dato l'impressione di non apprezzare questo periodo, per essermi lasciato andare al mio pessimismo cosmico e per aver parlato male di persone che non mi hanno fatto nulla di male, ma che anzi, mi hanno insegnato molto.

E nuovamente voglio ringraziare i miei, che costantemente cercano di farmi migliorare, che mi hanno sempre supportato e sopportato nei miei momenti difficili...e che mi mancano da matti. Avrei di gran lunga preferito passare il mio compleanno con loro, invece che da solo, chiuso in camera mia a rimuginare sulla mia depressione. Se è vero che quel giorno ho guadagnato in sincerità, bisogna che sincero lo sia anche con me stesso e che ammetta che, anche se mi piace dire in giro che del mio compleanno non mi frega niente, se qualcuno a cui tengo non mi fa gli auguri ci resto male.

E quindi ai miei genitori, a mia sorella e a tutti voi che leggete questo blog vanno i miei più sentiti ringraziamenti.

GRAZIE di essere il mio Pensiero Felice.

La Taumaturgia delle parole, ovvero: La sfiga delle 24 ore dopo

Dopo essermi prodotto in un'accorata lode al Gentle Giant che non ottiene risultati, dopo essere stato allo stadio a guardare una partita tutto sommato noiosa, mi tocca guardare in TV uno degli spettacoli più entusiasmanti del campionato.
Le squadre di baseball giocano spesso, 4-5 volte a settimana.
24 ore dopo la partita vista da me, ce n'è stata un'altra. Le squadre che si fronteggiavano erano le stesse. Blue Jays @ Red Sox.
I Red Sox hanno vinto di nuovo, ma stavolta 8 a 3, non 2 a 1. E per fare quegli 8 punti hanno colpito 5 (e dico 5) home run. 2 di Jason Varitek, 1 di Jason Bay e 1 di Mike Lowell. A parte il primo di Varitek, tutti nel quinto inning. Uno dietro l'altro. Uno spettacolo incredibile.
E il quinto home run chi l'ha colpito? vi chiederete voi.
Ma è ovvio.
David Ortiz

mercoledì 20 maggio 2009

Gita al Fenway Park - Lezione di sportività



Da un Paese come gli Stati Uniti ti aspetti di tutto. Ma nonostante quello, continua a stupirti.
Questa gente si spara per le strade, miliardari fanno causa ai media perché li chiamano "milionari", è più facile comprare una pistola che tenere un pitbull e i barboni, per strada, ti chiedono l'elemosina con onestà: "Dammi una moneta, aiutami ad ubriacarmi". Ti viene da pensare che siano tutti pazzi.
Poi, vai allo stadio, e pensi che le fazioni avverse potrebbero spararsi dagli spalti, che la gente potrebbe prendersi a cazzotti per la strada immediatamente...e invece è solo l'evento sportivo che conta.
Il campo è aperto, la gente POTREBBE scendere in campo, ma non lo fa. Se ne sta seduta, coi posti numerati, composta. Ognuno al suo posto. A limite ci si scambiano i biglietti con perfetti sconosciuti. E ci si siede mischiati. Non ci sono "curvini ospiti" o cose del genere. Si sta tutti seduti gli uni accanto agli altri. Americani e Canadesi, tifosi dei Red Sox e tifosi dei Blue Jays.
E quando cantano gli inni nazionali (che qui suonano prima di ogni partita) e non quelli della squadra di casa, sono TUTTI in piedi. Per entrambi.
E poi si tifa. Sempre a favore di una squadra, mai a detrimento dell'altra.
Si alzano cori solo propositivi. E la gente tifa. Col cuore.

Oggi voglio raccontarvi la storia di questo omino qui:
David Ortiz
Questo omino è Dominicano. È alto quasi 2 metri e pesa un quintale abbondante. È uno che in carriera ha colpito, come record, 54 home run in una stagione (151 presenze). Che per noi che non mastichiamo di baseball è un po' come 38 gol in un campionato di calcio.
È uno che nel 2007 ne ha colpiti 35 (in 149 gare), ha colpito 52 "doubles" (che contano più o meno come gli assist) e nel 2008 (che ha avuto un calo) ha colpito "solo" 23 home run in 109 gare.
È uno che insomma, ti aspetti di vedere colpire tanto e bene.

E invece nel 2009 ha già partecipato a 34 gare e di home run non ne ha colpiti manco uno. Zero, nada, nisba. Anche gli "scalzi gnudi" che giocano a causa di infortuni di alcuni titolari hanno già colpito almeno un home run.
E non è finita qui: è stato cacciato a calci (striked-out) dal lanciatore (pitcher) ben 30 volte, finora. È come mangiarsi 15 reti a porta vuota e sbagliare 5 rigori messi insieme (sempre per capirsi).

Sono convinto che se fossimo stati in Italia ogni volta che quest'uomo metteva piede in pedana, pronto a colpire quella pallina che arriva a 150 chilometri all'ora, sarebbe stato letteralmente sommerso dai fischi, così come un attaccante che non segna viene deriso, fischiato e preso per il culo dalla PROPRIA tifoseria.
Invece il Fenway Park, ieri sera, ha letteralmente acclamato il "Big Papi" (questo il soprannome) ogni volta che scendeva in campo. E quando è andato a battere, alla fine dell'ottavo inning, c'è stata una vera e propria ovazione.
L'intero stadio era in piedi, lì con lui su quel metro quadrato, pronto a colpire il primo home run della stagione, pronto a scacciare la maledizione del 2009, pronto a sostenere quel quintale abbondante di ciccia (perché il Big Papi c'ha la panza), tutti insieme a sputarsi sui guanti prima di prendere in mano la mazza, tutti vicini a lui a sostenere quel pezzo di legno sempre più pesante ogni swing fallito.
A colpire quella pallina eravamo pronti in 30.000 (ad occhio e croce) ieri sera.
Era la serata giusta per mandare in delirio i tifosi e lanciare la pallina oltre l'ostacolo...peccato che il buon David Ortiz, però, la magia non l'ha fatta.

lunedì 18 maggio 2009

Piccola nota positiva

Il gatto ci vede.
Ne sono sicuro perché l'ho visto coi miei occhi, che è tornato in clinica oggi per una visita di controllo.

Brave alla dottoressa e all'infermiera che l'hanno rianimato.